topolino

27 giugno 2016

La fila



Un salto e via, quella è l'idea.
C'è sempre voluto pochi minuti, parcheggio, consegno e riparto, per cui anche nei pochi minuti rimanenti prima della chiusura, sono convinto di farcela.
Sicuro.
Poi sono arrivato in quella che credevo fosse la sala dell'ufficio dove dovevo consegnare lo screening, ma c'è troppa gente, no, non deve essere quella.
Salgo così al primo piano, poi semmai chiedo informazioni, mi son detto.
No, è proprio quella.
Ma com'è possibile, tutta quella gente?
Nella sala d'attesa, ci sono più o meno una trentina di persone, e siccome io sono arrivato adesso, la mia capacità deduttiva mi indica che, inesorabilmente, io sono l'ultimo.
Alla porta dell'ufficio c'è un amico in pantaloncini e tenuta da jogging, lo incontro spesso in pineta, ed è pronto per andarci subito dopo essere uscito dall'ufficio, mi sorride (poi capisco perché), e mi dice che l'impiegato è nuovo, è lento e, non si sa bene perché, ma il tutto si è ingolfato.
Mi conviene chiedere chi è l'ultimo. Il penultimo mi suggerirebbe la logica, l'ultimo sono evidentemente io, ma si dice così, chiedo e mi appiccico la memoria della signora che mi precederà.
Faccio due parole e poi l'amico, appena si apre la porta entra... ecco perchè sorrideva, perché per lui l'agonia è finita.
E comincia la mia.

Non ho ancora realizzato, ma mentalmente faccio il calcolo di quanto tempo devo rimanere lì, a squadrare in faccia quelle persone, che hanno un unica cosa da fare: aspettare.
Io non sopporto le attese, le file, le perdite di tempo da giramento di pollici, le detesto e le vivo male. Ma questo mercoledì, evidentemente mi devo essere alzato con il piede giusto, non scalpito e comincio a guardarmi intorno, cercando di scrutare le facce, in quello che è l'ozioso gioco alla ricerca delle personalità che vi si nascondono.
La calma che regna nella stanza e l'età approssimativa dei presenti, mi lascia capire che per loro, la fila, è una parentesi temporale quasi da benedire e che costella quotidianamente la routine dei loro giorni anzi, se non ci fossero questi intermezzi inutili che almeno rubano un po' di tempo, lo stesso non si saprebbe bene come utilizzare, per cui ben vengano inefficienze, tagli del personale e cattive abitudini nostrane, almeno servono a far passare le giornate, fornendo argomenti vecchi e stantii, ma sempre riciclabili alla bisogna.
Qua dentro sono il più giovane ad occhio e croce... no, la signora che è entrata insieme a me e che conosco ha un paio d'anni meno. Me la ricordavo un po' meno rugosa ma, ahimè, gli anni passano anche per lei, nonostante si vesta e si atteggi a milf, poi si guarda intorno, fa il calcolo di quanto dovrebbe starci e lo aggiunge al resto delle cose da fare, e decide di ritornare più tardi.
Accanto a me un signore appoggiato con rassegnazione alla parete cerca di ammansirmi con una considerazione sul tempo restante, e con un laconico:

-Vedrà che si fa presto, cosa vuole che sia?... sono solo pochi minuti...-

E' un pensionato che come gli altri non ha niente da fare, evidentemente il supplizio per lui è del tutto trascurabile.
Ma ha la faccia che non lo dimostra, anche se non brilla per ottimismo e vitalità. Un signore si stacca da un altro gruppetto, dopo avere fatto una considerazione sul chi era primo e chi veniva dopo, guarda il mio vicino e lo saluta, non l'aveva riconosciuto; chissà, magari è anche vero, o magari aveva fatto finta di non vederlo ma poi, computando il tempo che restava e le cose da fare, si è convinto che scambiando due chiacchere amene e inutili, magari gli sarebbe stato utile per annoiarsi meno.
E il dialogo va più o meno così:

-Bah, 'un t'avevo riconosciuto... come va?
-Che vuoi che ti dica: aspettiamo. 'Un ci resta altro da fa'.
-Eh sì, ma più s'allunga 'l tempo e meglio è, un credi?
-Infatti, io un'ho mia furia...
-Certo, meglio ci s'arriva e meglio è, vero?
-Eh sì, hai visto Pino com'ha fatto presto? Du' analisi sbagliate, e via... al cimitero.
-Porca miseria, davvero...
-Un ci vor nulla oggi, con tutti que' troiai che si mangia.
-Già... certo, e fossero solo quelli...
Pausa.
-Be', ci si vede eh...
-Se un si diventa anche ciei...
-Ciao.
-Bona.

Si allontanano pochi metri l'uno dall'altro, sono bastate due parole, inutili, vuote, per suggellare una conoscenza labile, fatta di convenevoli.
Poi ognuno rientra nel proprio universo.
La porta a fotocellula si apre, e in quei pochi secondi che rimane aperta fa volare vesti e capigliature, soffia infatti un maestrale teso che, da giurarci, muove il mare macchiandolo di sfumature e impedendo le balneazioni. Entra un signore che indossa un vestito intero cachi, pelata e baffi bianchi, sembra un ex-impiegato di buona levatura, sorriso cortese e all'apparenza educato, ha il casco dello scooter (sono sicuro, non è una moto), si rivolge a me con un sorriso complice:

-A che numero siamo?
-E' tutto sballato, i numeri sono saltati e si va per ordine d'arrivo.

Si guarda intorno e si rivolge di nuovo a me, quasi fossi il custode della lista degli arrivi e potessi concedergli chissà quali attenuanti.

-Ah... allora ripasso più tardi.

La gente tutto sommato è tranquilla, si guarda, parlotta sommessa facendo considerazioni sull'anomalia della mattina, qualcuno riceve delle telefonate e spiega i motivi del suo ritardo, chi si conosce conversa tra di loro.
Arriva un signore claudicolante, aria da benestante, un colorito di chi ha tempo e non disdegna il mare, baffetti volitivi, ha il bastone e cammina come se stesse per pestare delle uova sparse sul pavimento, so che ha avuto un brutto incidente che gli ha regalato quell'andatura un po' ridicola ma, tutto sommato, ne è uscito bene. Lo conosco perché viene al mare dove vado anch'io ed è un accanito giocatore di burraco, nonostante la settantina passata veste ancora in modo giovanile (il più brutto termine per definire chi è vecchio ma fa di tutto per non sembrarlo), ed ha una moglie che dimostra tutti gli anni che ha, ma li porta con una disinvoltura che la rende carina e da l'idea di essere simpatica, minuta e magra con un taglio alla maschetta che le dona: una bella coppia.
I minuti passano, il mio vicino sempre per paura che crolli il muro, vi rimane appoggiato con convinzione.
La signora che mi precede invece ha sempre la stessa espressione, imperturbabile guarda di fronte a sé come se il mondo fosse al tempo stesso meraviglioso o una cagata pazzesca.
Entrano varie signore, fanno inevitabilmente la stessa domanda e si distribuiscono nella stanza con rassegnazione, le donne hanno una pazienza tutta loro, per motivi generazionali, di DNA o semplicemente perché sono migliori di noi, riescono a mantenere quella tranquillità che invece quelli come me, spenderebbero capitali per poterla acquistare.
Al chilo, ovviamente.
Rientra la signora che era arrivata insieme a me, l'ho già detto, la conosco, e anche lei mi conosce, è solo che nei paesi talvolta, non si sa bene in onore a quale legge promulgata all'ignoranza, si fa finta di non conoscerci, salvo poi, in altre occasioni, rivelare inaspettatamente una confidenza che non sembrerebbe neanche possibile.
Misteri della provincia.
Oramai l'unico modo per ammazzare il tempo è quello di essere il killer nell'osservazione dei presenti, e lei mi attizza.
Si posiziona vicino alla porta, in modo che il vento che entra alla sua apertura le possa scompigliare un po' i capelli, dandole modo di riposizinarli, ma non con troppa cura, facendola apparire un po' scapigliata, che fa molto più figa. Lo sa anche lei che è tutto un florilegio di pensionati e gente che non ha niente da fare mentre lei invece no, e in qualche modo deve pur mostrarlo, non vi pare? Del resto non siamo nel millennio della comunicazione?
Sfodera così l'ultimo modello di smarphone, per dare un segnale univoco, voi siete vecchi e vi girate i pollici, io sono trendy e smanetto su Facebook... sapete cos'è? No, appunto, perché siete vecchi.
Ma lei no sa che proprio per le stesse ragioni, la cosa non interessa a nessuno, gli sforzi sono vani e nessuno neanche se la fila, ed infatti il parterre se ne frega bellamente. Ed io con loro, e dopo un po' sposto il mio punto d'osservazione altrove.
Poi entrano tre persone. Due uomini ed una donna.
Anch'essi stupiti dalla calca che via, via si sta comunque diluendo, nonostante periodicamente arrivino nuovi adepti a rinfoltirla, fanno la domanda rituale e si accodano.
La donna, di colore, direi o indiana o cingalese è evidentemente la compagna (in questo caso difficilmente sono mogli), di quello più basso e tarchiato, occhi azzurri e catenina al collo, abbronzato dal sole e dall'aria di quello che si è scrollato di dosso una vita convenzionale e, con l'ultimo viaggio fatto ha scoperto il mondo, ha rinnegato la moglie e l'ha mandata a cagare, e s'è fatto la compagna esotica, ed adesso si gode quei due spiccioli di pensione facendo quello che probabilmente non ha fatto a vent'anni.
E cioè vivere.
L'altro lo sovrasta di almeno venti centimetri, ha l'aria arcigna ed il naso adunco ma ha l'aria di essere una pasta, la sua vita probabilmente è scorsa sui normali binari della quotidianità e, forse, invidia l'amico che il coraggio di cambiare, almeno lo ha avuto. Sembra infatti assecondarlo nelle sue considerazioni, è come se concedesse all'altro il privilegio delle ragioni dei suoi punti di vista, si sente inferiore, di quell'inferiorità che nell'adolescenza, il brufoloso concede al coetaneo che invece ha la ragazzina, e la conversazione tra i due, è quanto di più attuale si possa ascoltare tra le persone in ogni angolo del paese in questo periodo:

-... e gli ho detto allora, ma pensaci bene? Sei sicuro? In Italia di lavoro non ce n'è e tu lo sai... ma chi te lo fa fare di tornare, resta lì!
E quello alto:
-Eh certo, in quei paesi c'è la meritocrazia, non è mica come qui che è tutta una raccomandazione... là chi sa fare fa, non ti chiedono mica se sei il figlio di...
-Ma il problema è la fidanzata, la su' mamma la pompa per farla tornà, quella scema... che dici, è laureata in Belle Arti, in Belle Arti dico io, ma cosa ci vuoi fa' con le belle Arti qui da noi... quand'era qui guadagnava 500 euro, ma con 500 euro oggi, mica c'hai un futuro...
-Ma dov'è che sta il tu' figliolo?
-A Perth, è sulla costa orientale, tutto moderno, ci sta bene, fossi in lui resterei là, resterei... ma ci starebbe bene anche la su' fidanzata se la mamma un rompesse i coglioni. Te guarda che anch'io un lo so mica se ci torno o meno in India, si sta meglio che da noi... una volta erano arretrati, ma oggi e so' più avanti di noi. Io nella mi' vita ho fatto un viaggio solo, qualche anno fa (e si vede che era meglio se ne facevi di più, ti ci sei perso una moglie e ne hai trovata un'altra, si vede che eri poco abituato), ma secondo com'è ci ritorno... almeno quei due spiccioli della mi' pensione mi durano di più (e magari la prossima volta cambi pure questa, di donna).
-Ma certo, hai ragione... te guarda in Europa, sai quanti pensionati vanno alle Canarie perché là con la pensione campano meglio che qui.

Poi si avvicina una signora, non capisco quello che dice ma sicuramente fa un parallelismo con i guai nazionali, i politici che ne sono complici e responsabili e tutta l'armata delle convenzioni dialettiche utili nell'occasione, al che il piccoletto risponde:

-Ma certo... che vuoi che cambi? Sono loro i primi che rubano, spendono e fanno quello che gli pare... tanto in questo paese un paga nessuno. Quando sono andato in India io, hanno preso uno che aveva stuprato una ragazza, i poliziotti l'hanno data alla gente che l'ha riempito di botte e poi l'hanno buttato in prigione... e un so' mica come le nostre là, là ci schianti in quell'umidità.
-Certo, ma dico io che s'aspetta a fa' così anche noi. Noi invece gli si da tutte le comodità, la televisione, l'ora d'aria.. altro che ora d'aria...

Dice l'altro.
Poi mi stanco, la circumnavigazione dei luoghi comuni, per oggi può bastare.
Entra un'altra conoscenza. Questa signora la incontro spesso in pineta con il cagnolino, passeggia da sola, da anni.
Ha capelli lunghi e neri, di un nero fatto di tinture continue e settimanali, mai una ricrescita, trucco pesante, abbronzatura perenne estate ed inverno, abiti da trentenne nonostante ne abbia abbondantemente più del doppio. Una donna così, in provincia desta subito sospetti ma io, a dire la verità, vuoi per disinteresse, per ignoranza o più semplicemente perché non me ne può fregare di meno, non posso dire niente, anche perché a me da l'idea di una persona triste e sola. Oggi, la psicologia moderna ha istituito il “cane” come dissuasore di psicosi, nevrosi, e problemi di relazione ed all'equilibrio mentale, oltre al sano e normale amore verso uno degli animali più belli e di compagnia del creato, per cui sarebbe perfino troppo facile annoverarla tra le persone bisognose di affetto, ma potrebbe essere anche quello un segnale. Per me è una persona che ha avuto un passato di cui forse non è troppo fiera, e fa un po' tristezza per come deve relazionarsi alle donne della sua stessa età, per cui la vedi così agghindata che parla con le coetanee più dimesse, tranquille e paciose nel loro status di casalinghe magari anche felici, e lei che sembrerebbe una che, se potesse, andrebbe in discoteca la sera stessa... se potesse, ovvio. Ed il contrasto è quasi comico.
Ma a me fa un po' tenerezza, anche perchè spesso ti guarda con l'occhio un po' a pesce lesso come a voler ricercare un compiacimento della sua bellezza nel tuo sguardo, quando invece tu vuoi distoglierlo proprio per evitarle delle brutte delusioni.
Guardo l'orologio, almeno quello l'ho portato, il cellulare l'ho lasciato a casa proprio perché credevo che nei cinque minuti necessari non mi servisse, comunque riflessione dopo riflessione è passata quasi un'ora.
Uno dopo l'altro entrano due amici, anch'essi stupiti come tutti della ressa, controllano l'orario stampato sul loro foglio e poco dopo, rassegnati, comprendono che l'orario scritto là sopra oramai è solo inchiostro sulla carta. Mi avvicino a loro, il tempo di scambire due parole e tocca a me. Finalmente.
Io come sempre sono un fulmine, e qualcuno mi dovrebbe spiegare perchè io, dopo qualunque fila mi debba sorbire, al mio turno me la cavo in pochi minuti agevolando lo smaltimento, quando generalmente la persona di fronte a me invece deve compilare decine di scartoffie e fare controlli incrociati su tutti i dati disponibili, perchè ci dev'essere una logica perversa in queste cose. Una logica che mi danneggia sistematicamente.
L'impiegato, odiato sommessamente da tutti i presenti, invece si rivela carino, coscienzioso e dotato anche di una ruvida ma sincera psicologia, oltre che essere cordiale e simpatico, e la cosa paradossalmente mi riconcilia con un'attesa che è stata migliore di come me l'aspettavo.
Sono quasi preoccupato.
Uscendo mi potrei trattenere con gli amici rimanenti, ma qui riemerge tutta l'impazienza tenuta a bada dalla coercizione forzata dell'attesa e, con un veloce e volitivo saluto li mollo in quella stanza che mi ha visto protagonista anche per troppo tempo.
Toh! la signora che giocava a fare la figa si è risvegliata, tra i tanti pensionati almeno un paio di coetanei che meritano attenzione, fa la spiritosa e intavola due brevi chiacchiere, in quei pochi secondi in cui mi trattengo sorride anche a me con una complicità che non sembrava volesse dimostrarmi precedentemente.
Ma non mi diverto più, e infilo la mano nella tasca alla ricerca delle chiavi dell'auto.



2 commenti:

  1. Perfetto per una antologia per app letteraria, che si aggiorna periodicamente di storie narrate da autori
    Comunque, la mia è solo una “app delle idee”... o una idea di app (di molti anni fa).
    Complimenti, Stefano. Mi sono divertito, non solo per gli episodi da te osservati, principalmente per come ce li hai narrati.

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  2. Notevole. Come al solito. Grazie. Ciao.

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