topolino

27 giugno 2016

La fila



Un salto e via, quella è l'idea.
C'è sempre voluto pochi minuti, parcheggio, consegno e riparto, per cui anche nei pochi minuti rimanenti prima della chiusura, sono convinto di farcela.
Sicuro.
Poi sono arrivato in quella che credevo fosse la sala dell'ufficio dove dovevo consegnare lo screening, ma c'è troppa gente, no, non deve essere quella.
Salgo così al primo piano, poi semmai chiedo informazioni, mi son detto.
No, è proprio quella.
Ma com'è possibile, tutta quella gente?
Nella sala d'attesa, ci sono più o meno una trentina di persone, e siccome io sono arrivato adesso, la mia capacità deduttiva mi indica che, inesorabilmente, io sono l'ultimo.
Alla porta dell'ufficio c'è un amico in pantaloncini e tenuta da jogging, lo incontro spesso in pineta, ed è pronto per andarci subito dopo essere uscito dall'ufficio, mi sorride (poi capisco perché), e mi dice che l'impiegato è nuovo, è lento e, non si sa bene perché, ma il tutto si è ingolfato.
Mi conviene chiedere chi è l'ultimo. Il penultimo mi suggerirebbe la logica, l'ultimo sono evidentemente io, ma si dice così, chiedo e mi appiccico la memoria della signora che mi precederà.
Faccio due parole e poi l'amico, appena si apre la porta entra... ecco perchè sorrideva, perché per lui l'agonia è finita.
E comincia la mia.

Non ho ancora realizzato, ma mentalmente faccio il calcolo di quanto tempo devo rimanere lì, a squadrare in faccia quelle persone, che hanno un unica cosa da fare: aspettare.
Io non sopporto le attese, le file, le perdite di tempo da giramento di pollici, le detesto e le vivo male. Ma questo mercoledì, evidentemente mi devo essere alzato con il piede giusto, non scalpito e comincio a guardarmi intorno, cercando di scrutare le facce, in quello che è l'ozioso gioco alla ricerca delle personalità che vi si nascondono.
La calma che regna nella stanza e l'età approssimativa dei presenti, mi lascia capire che per loro, la fila, è una parentesi temporale quasi da benedire e che costella quotidianamente la routine dei loro giorni anzi, se non ci fossero questi intermezzi inutili che almeno rubano un po' di tempo, lo stesso non si saprebbe bene come utilizzare, per cui ben vengano inefficienze, tagli del personale e cattive abitudini nostrane, almeno servono a far passare le giornate, fornendo argomenti vecchi e stantii, ma sempre riciclabili alla bisogna.
Qua dentro sono il più giovane ad occhio e croce... no, la signora che è entrata insieme a me e che conosco ha un paio d'anni meno. Me la ricordavo un po' meno rugosa ma, ahimè, gli anni passano anche per lei, nonostante si vesta e si atteggi a milf, poi si guarda intorno, fa il calcolo di quanto dovrebbe starci e lo aggiunge al resto delle cose da fare, e decide di ritornare più tardi.
Accanto a me un signore appoggiato con rassegnazione alla parete cerca di ammansirmi con una considerazione sul tempo restante, e con un laconico:

-Vedrà che si fa presto, cosa vuole che sia?... sono solo pochi minuti...-

E' un pensionato che come gli altri non ha niente da fare, evidentemente il supplizio per lui è del tutto trascurabile.
Ma ha la faccia che non lo dimostra, anche se non brilla per ottimismo e vitalità. Un signore si stacca da un altro gruppetto, dopo avere fatto una considerazione sul chi era primo e chi veniva dopo, guarda il mio vicino e lo saluta, non l'aveva riconosciuto; chissà, magari è anche vero, o magari aveva fatto finta di non vederlo ma poi, computando il tempo che restava e le cose da fare, si è convinto che scambiando due chiacchere amene e inutili, magari gli sarebbe stato utile per annoiarsi meno.
E il dialogo va più o meno così:

-Bah, 'un t'avevo riconosciuto... come va?
-Che vuoi che ti dica: aspettiamo. 'Un ci resta altro da fa'.
-Eh sì, ma più s'allunga 'l tempo e meglio è, un credi?
-Infatti, io un'ho mia furia...
-Certo, meglio ci s'arriva e meglio è, vero?
-Eh sì, hai visto Pino com'ha fatto presto? Du' analisi sbagliate, e via... al cimitero.
-Porca miseria, davvero...
-Un ci vor nulla oggi, con tutti que' troiai che si mangia.
-Già... certo, e fossero solo quelli...
Pausa.
-Be', ci si vede eh...
-Se un si diventa anche ciei...
-Ciao.
-Bona.

Si allontanano pochi metri l'uno dall'altro, sono bastate due parole, inutili, vuote, per suggellare una conoscenza labile, fatta di convenevoli.
Poi ognuno rientra nel proprio universo.
La porta a fotocellula si apre, e in quei pochi secondi che rimane aperta fa volare vesti e capigliature, soffia infatti un maestrale teso che, da giurarci, muove il mare macchiandolo di sfumature e impedendo le balneazioni. Entra un signore che indossa un vestito intero cachi, pelata e baffi bianchi, sembra un ex-impiegato di buona levatura, sorriso cortese e all'apparenza educato, ha il casco dello scooter (sono sicuro, non è una moto), si rivolge a me con un sorriso complice:

-A che numero siamo?
-E' tutto sballato, i numeri sono saltati e si va per ordine d'arrivo.

Si guarda intorno e si rivolge di nuovo a me, quasi fossi il custode della lista degli arrivi e potessi concedergli chissà quali attenuanti.

-Ah... allora ripasso più tardi.

La gente tutto sommato è tranquilla, si guarda, parlotta sommessa facendo considerazioni sull'anomalia della mattina, qualcuno riceve delle telefonate e spiega i motivi del suo ritardo, chi si conosce conversa tra di loro.
Arriva un signore claudicolante, aria da benestante, un colorito di chi ha tempo e non disdegna il mare, baffetti volitivi, ha il bastone e cammina come se stesse per pestare delle uova sparse sul pavimento, so che ha avuto un brutto incidente che gli ha regalato quell'andatura un po' ridicola ma, tutto sommato, ne è uscito bene. Lo conosco perché viene al mare dove vado anch'io ed è un accanito giocatore di burraco, nonostante la settantina passata veste ancora in modo giovanile (il più brutto termine per definire chi è vecchio ma fa di tutto per non sembrarlo), ed ha una moglie che dimostra tutti gli anni che ha, ma li porta con una disinvoltura che la rende carina e da l'idea di essere simpatica, minuta e magra con un taglio alla maschetta che le dona: una bella coppia.
I minuti passano, il mio vicino sempre per paura che crolli il muro, vi rimane appoggiato con convinzione.
La signora che mi precede invece ha sempre la stessa espressione, imperturbabile guarda di fronte a sé come se il mondo fosse al tempo stesso meraviglioso o una cagata pazzesca.
Entrano varie signore, fanno inevitabilmente la stessa domanda e si distribuiscono nella stanza con rassegnazione, le donne hanno una pazienza tutta loro, per motivi generazionali, di DNA o semplicemente perché sono migliori di noi, riescono a mantenere quella tranquillità che invece quelli come me, spenderebbero capitali per poterla acquistare.
Al chilo, ovviamente.
Rientra la signora che era arrivata insieme a me, l'ho già detto, la conosco, e anche lei mi conosce, è solo che nei paesi talvolta, non si sa bene in onore a quale legge promulgata all'ignoranza, si fa finta di non conoscerci, salvo poi, in altre occasioni, rivelare inaspettatamente una confidenza che non sembrerebbe neanche possibile.
Misteri della provincia.
Oramai l'unico modo per ammazzare il tempo è quello di essere il killer nell'osservazione dei presenti, e lei mi attizza.
Si posiziona vicino alla porta, in modo che il vento che entra alla sua apertura le possa scompigliare un po' i capelli, dandole modo di riposizinarli, ma non con troppa cura, facendola apparire un po' scapigliata, che fa molto più figa. Lo sa anche lei che è tutto un florilegio di pensionati e gente che non ha niente da fare mentre lei invece no, e in qualche modo deve pur mostrarlo, non vi pare? Del resto non siamo nel millennio della comunicazione?
Sfodera così l'ultimo modello di smarphone, per dare un segnale univoco, voi siete vecchi e vi girate i pollici, io sono trendy e smanetto su Facebook... sapete cos'è? No, appunto, perché siete vecchi.
Ma lei no sa che proprio per le stesse ragioni, la cosa non interessa a nessuno, gli sforzi sono vani e nessuno neanche se la fila, ed infatti il parterre se ne frega bellamente. Ed io con loro, e dopo un po' sposto il mio punto d'osservazione altrove.
Poi entrano tre persone. Due uomini ed una donna.
Anch'essi stupiti dalla calca che via, via si sta comunque diluendo, nonostante periodicamente arrivino nuovi adepti a rinfoltirla, fanno la domanda rituale e si accodano.
La donna, di colore, direi o indiana o cingalese è evidentemente la compagna (in questo caso difficilmente sono mogli), di quello più basso e tarchiato, occhi azzurri e catenina al collo, abbronzato dal sole e dall'aria di quello che si è scrollato di dosso una vita convenzionale e, con l'ultimo viaggio fatto ha scoperto il mondo, ha rinnegato la moglie e l'ha mandata a cagare, e s'è fatto la compagna esotica, ed adesso si gode quei due spiccioli di pensione facendo quello che probabilmente non ha fatto a vent'anni.
E cioè vivere.
L'altro lo sovrasta di almeno venti centimetri, ha l'aria arcigna ed il naso adunco ma ha l'aria di essere una pasta, la sua vita probabilmente è scorsa sui normali binari della quotidianità e, forse, invidia l'amico che il coraggio di cambiare, almeno lo ha avuto. Sembra infatti assecondarlo nelle sue considerazioni, è come se concedesse all'altro il privilegio delle ragioni dei suoi punti di vista, si sente inferiore, di quell'inferiorità che nell'adolescenza, il brufoloso concede al coetaneo che invece ha la ragazzina, e la conversazione tra i due, è quanto di più attuale si possa ascoltare tra le persone in ogni angolo del paese in questo periodo:

-... e gli ho detto allora, ma pensaci bene? Sei sicuro? In Italia di lavoro non ce n'è e tu lo sai... ma chi te lo fa fare di tornare, resta lì!
E quello alto:
-Eh certo, in quei paesi c'è la meritocrazia, non è mica come qui che è tutta una raccomandazione... là chi sa fare fa, non ti chiedono mica se sei il figlio di...
-Ma il problema è la fidanzata, la su' mamma la pompa per farla tornà, quella scema... che dici, è laureata in Belle Arti, in Belle Arti dico io, ma cosa ci vuoi fa' con le belle Arti qui da noi... quand'era qui guadagnava 500 euro, ma con 500 euro oggi, mica c'hai un futuro...
-Ma dov'è che sta il tu' figliolo?
-A Perth, è sulla costa orientale, tutto moderno, ci sta bene, fossi in lui resterei là, resterei... ma ci starebbe bene anche la su' fidanzata se la mamma un rompesse i coglioni. Te guarda che anch'io un lo so mica se ci torno o meno in India, si sta meglio che da noi... una volta erano arretrati, ma oggi e so' più avanti di noi. Io nella mi' vita ho fatto un viaggio solo, qualche anno fa (e si vede che era meglio se ne facevi di più, ti ci sei perso una moglie e ne hai trovata un'altra, si vede che eri poco abituato), ma secondo com'è ci ritorno... almeno quei due spiccioli della mi' pensione mi durano di più (e magari la prossima volta cambi pure questa, di donna).
-Ma certo, hai ragione... te guarda in Europa, sai quanti pensionati vanno alle Canarie perché là con la pensione campano meglio che qui.

Poi si avvicina una signora, non capisco quello che dice ma sicuramente fa un parallelismo con i guai nazionali, i politici che ne sono complici e responsabili e tutta l'armata delle convenzioni dialettiche utili nell'occasione, al che il piccoletto risponde:

-Ma certo... che vuoi che cambi? Sono loro i primi che rubano, spendono e fanno quello che gli pare... tanto in questo paese un paga nessuno. Quando sono andato in India io, hanno preso uno che aveva stuprato una ragazza, i poliziotti l'hanno data alla gente che l'ha riempito di botte e poi l'hanno buttato in prigione... e un so' mica come le nostre là, là ci schianti in quell'umidità.
-Certo, ma dico io che s'aspetta a fa' così anche noi. Noi invece gli si da tutte le comodità, la televisione, l'ora d'aria.. altro che ora d'aria...

Dice l'altro.
Poi mi stanco, la circumnavigazione dei luoghi comuni, per oggi può bastare.
Entra un'altra conoscenza. Questa signora la incontro spesso in pineta con il cagnolino, passeggia da sola, da anni.
Ha capelli lunghi e neri, di un nero fatto di tinture continue e settimanali, mai una ricrescita, trucco pesante, abbronzatura perenne estate ed inverno, abiti da trentenne nonostante ne abbia abbondantemente più del doppio. Una donna così, in provincia desta subito sospetti ma io, a dire la verità, vuoi per disinteresse, per ignoranza o più semplicemente perché non me ne può fregare di meno, non posso dire niente, anche perché a me da l'idea di una persona triste e sola. Oggi, la psicologia moderna ha istituito il “cane” come dissuasore di psicosi, nevrosi, e problemi di relazione ed all'equilibrio mentale, oltre al sano e normale amore verso uno degli animali più belli e di compagnia del creato, per cui sarebbe perfino troppo facile annoverarla tra le persone bisognose di affetto, ma potrebbe essere anche quello un segnale. Per me è una persona che ha avuto un passato di cui forse non è troppo fiera, e fa un po' tristezza per come deve relazionarsi alle donne della sua stessa età, per cui la vedi così agghindata che parla con le coetanee più dimesse, tranquille e paciose nel loro status di casalinghe magari anche felici, e lei che sembrerebbe una che, se potesse, andrebbe in discoteca la sera stessa... se potesse, ovvio. Ed il contrasto è quasi comico.
Ma a me fa un po' tenerezza, anche perchè spesso ti guarda con l'occhio un po' a pesce lesso come a voler ricercare un compiacimento della sua bellezza nel tuo sguardo, quando invece tu vuoi distoglierlo proprio per evitarle delle brutte delusioni.
Guardo l'orologio, almeno quello l'ho portato, il cellulare l'ho lasciato a casa proprio perché credevo che nei cinque minuti necessari non mi servisse, comunque riflessione dopo riflessione è passata quasi un'ora.
Uno dopo l'altro entrano due amici, anch'essi stupiti come tutti della ressa, controllano l'orario stampato sul loro foglio e poco dopo, rassegnati, comprendono che l'orario scritto là sopra oramai è solo inchiostro sulla carta. Mi avvicino a loro, il tempo di scambire due parole e tocca a me. Finalmente.
Io come sempre sono un fulmine, e qualcuno mi dovrebbe spiegare perchè io, dopo qualunque fila mi debba sorbire, al mio turno me la cavo in pochi minuti agevolando lo smaltimento, quando generalmente la persona di fronte a me invece deve compilare decine di scartoffie e fare controlli incrociati su tutti i dati disponibili, perchè ci dev'essere una logica perversa in queste cose. Una logica che mi danneggia sistematicamente.
L'impiegato, odiato sommessamente da tutti i presenti, invece si rivela carino, coscienzioso e dotato anche di una ruvida ma sincera psicologia, oltre che essere cordiale e simpatico, e la cosa paradossalmente mi riconcilia con un'attesa che è stata migliore di come me l'aspettavo.
Sono quasi preoccupato.
Uscendo mi potrei trattenere con gli amici rimanenti, ma qui riemerge tutta l'impazienza tenuta a bada dalla coercizione forzata dell'attesa e, con un veloce e volitivo saluto li mollo in quella stanza che mi ha visto protagonista anche per troppo tempo.
Toh! la signora che giocava a fare la figa si è risvegliata, tra i tanti pensionati almeno un paio di coetanei che meritano attenzione, fa la spiritosa e intavola due brevi chiacchiere, in quei pochi secondi in cui mi trattengo sorride anche a me con una complicità che non sembrava volesse dimostrarmi precedentemente.
Ma non mi diverto più, e infilo la mano nella tasca alla ricerca delle chiavi dell'auto.



15 giugno 2016

Festival di Hanret, l'ultimo prima dell'estate.

Ci tengo a sottolinearlo.
Mi è già capitato di annunciarlo e di fare leva proprio sul fatto che, per la prima volta, sono invitato ad un festival Belga.
Il Belgio è, probabilmente, ancora più affamato della Francia di fumetti e BD, qui le nuvolette sono proprio considerate una forma d'arte e godono non solo di grandissima credibilità, ma anche di un'enorme considerazione popolare e culturale, ne è tangibile testimonianza a Bruxelles il CBBD museo del fumetto che, mi dicono, sia davvero molto bello.
Ma il Belgio, per uno che è cresciuto a Rosignano Solvay (ed il secondo nome del paese da già delle indicazioni precise), il Belgio è la Solvay, la grande multinazionale chimica che con il proprio insediamento sulle rive della costa Etrusca, ha praticamente fondato il paese in cui sono cresciuto e sono diventato quello che sono.
La Solvay è la sirena che annuncia l'uscita degli operai a mezzogiorno, è lo sciamare di centinaia di tute blu da quegli enormi cancelli, è lo sviluppo ed i progressi di un paese che era popolato sostanzialmente da contadini e poco più, è l'industrializzazione un po' forzata di un territorio che però ha portato sviluppo e crescita, sono le vacanza a Gavinana che non ho mai fatto, sono le pinete dove andavamo a giocare a pallone, è mio nonno che usciva al secondo turno il 2-10 in bicicletta, sono i Canottieri dove ho trascorso le più belle estati della mia vita, insomma sono tutti i miei primi 25 anni di vita.
Ma il Belgio è anche la medaglia che re Baldovino donò a mio nonno nel lontano 1963, nel cinquantesimo anno di fondazione della fabbrica, lui, unico tra le centinaia di operai che avevano varcato i cancelli di quella fabbrica, a coronamento di una umile vita da semplice operaio turnista, spesa nella dedizione di un lavoro che ha amato fino all'ultimo giorno. Una medaglia in un diverso tricolore (e sto usando le stesse parole di una mia graphic-novel), appesa con orgoglio nella sua cucina, vanto e riconoscimento per la sua vita vissuta in quella fabbrica.
Ecco, il Belgio per me, è un po' tutto questo.
Ed è proprio per questo che, dopo anni e anni in cui girovago in lungo e in largo per tutta la Francia tagliandola a spicchi, il fatto di non essere mai stato invitato qui, non solo mi sembrava strano, ma mi pareva perfino legato ad un avverso segno del destino.
Poi sono arrivati Rodolphe Olivier, e mi hanno invitato ben quasi un anno fa, quasi non volessero correre il rischio di perdermi.

Il giorno, a queste latitudini, finisce più tardi, e la luce si spegne al rallentatore, sono quasi le dieci e ancora si vede bene senza illuminazione artificiale, è una bella sensazione.
David, il direttore della scuola, dove è la sede della manifestazione, viene a prendermi all 'aeroporto di Charleroi e mi accompagna ad Heghezee.
Qui nel grande salone sono già tutti a mangiare in una grande tavolata, ci sono Alessia de Vicenzi, Simona Mogavino Alessio Lapo e sì, Pino Rinaldi, un collega che oramai per mille motivi, vedo solo saltuariamente.
Su Opale BD il sito dove vengono segnalati i Festival francesi con date, affiche e relativi ospiti, avevo visto il suo nome ma, la foto non corrispondeva al suo volto per cui mi ero convinto fosse un omonimo francese, ci poteva stare,  ed invece accanto ad Alessio, già intento a consumare la propria cena, c'era proprio lui.
Saluti di rito, baci abbracci e andiamo al buffet, che era già imbandito di affettati, verdure, pasta alla belga (in un'altra vita vi dirò com'è condita), pomodori ripieni insomma, tutto il necessario per placare quella fame atavica che si dimena in ogni ventre insaziabile di un italiano che si rispetti.
Non so se gli altri fanno così, ma noi italiani, di fronte al buffet, disco giallo senza patemi, e diamo sempre la precedenza al buffet.
Poi mi si fa incontro Rodolphe, il presidente della manifestazione, una persona dal sorriso contagioso e dall'eloquio cordiale, Olivier, discreto organizzatore e pianificatore dei relativi viaggi degli ospiti e successivamente Mario, un pacioso italiano emigrato in Belgio che si siederà accanto a noi e diventerà il nostro anfitrione per tutta la durata della manifestazione, con il suo italiano fluente e la sua simpatica aria di complice di tutti i nostri discorsi e delle nostre risate.
Io e Alessio cominciamo a sfotterci, io lo prendo per il culo, lui ci sta, oramai è un teatrino collaudato, Simona non sta mai zitta, Alessia ride e Pino, inesperto ospite di questo commedia dell'arte non può che rimanerne coinvolto, ridiamo e ci rilassiamo, e la serata come sempre trascorre in tranquillità.
Alloggiamo all'Ibis di Namur, un ridente centro attraversato dalla Mosa a circa trenta minuti da Heghezeé, classica cittadina con costruzioni in mattoni a vista, finestre larghe ed alte, per poter prendere tutta la luce possibile di quei luoghi. L'albergo è confortevole, la Ibis è una catena che in Francia è molto diffusa ma da noi poco conosciuta, ma generalmente le stanze sono non troppo grandi ma pulite e confortevoli.
Rinnego ciò che ho detto e, dopo avere constatato il tempo necessario per andare in albergo e controllato l'ora, decido di non scendere nella hall e di andare direttamente a letto, la giornata per me poteva finire anche lì. Spero che gli altri mi abbiano perdonato e non credo di essermi perso, con tutta la simpatia che nutro nei loro confronti, niente di così indispensabile a favore di ore di sonno che invece reclamavano le mie membra.







Namur sotto la pioggia, condizione normale per il panorama belga nelle sue meravigliose nuances di grigio.


Sabato con attesa.
Definirei così l'inizio della giornata iniziata con un gesto di nobile generosità, e cioè rinunciando ad andare in un'auto per evitare che gli altri amici rimanessero da soli e che invece, mi si è rivoltato contro obbligandomi ad aspettare per quasi 50 minuti un collega francese che se l'era presa molto comoda, non sapendo, il tapino, di quante volte ogni cinque minuti l'ho mandato a cagare, visto che con la mia pazienza ho da sempre un pessimo rapporto, per non definirlo conflittuale.
Il Belgio per me rappresentava però anche un enigma, la prima volta ad un festival senza sapere quanto la Mosquito, la mia casa editrice fosse è conosciuta e capillarmente distribuita.
I miei volumi disponibili erano soltanto cinque, e cioè molto meno della metà da me realizzati e con l'assenza del mio cavallo di battaglia, e cioè la saga di "Hasta la Victoria!"  che, per fare breccia, è sempre un ottimo cavallo di Troia.
Ma le paure sono finite quando, incessantemente e, adesso posso dirlo, per l'intero arco della manifestazione, la fila di richieste di dedicacés non si è mai esaurita.





Artist at work. Dal basso in alto, il Casini, Rinaldi, Alessia de Vincenzi e bello come il sole in una splendida maglietta bianca rilucente della sua beltà, at last: Alessio Lapo.

La cronaca è nota, a sedere dalle 10,00 (ma oggi in realtà dalle 11,00 a causa del ritardatario) fino alle 12,30 per iniziare alle 14,00 fino alle 18,00, che nel nostro caso si sono trasformate nelle 19,00.
Io generalmente non parlo mai troppo del mio lavoro, ho una scansione di impegni settimanale che mi portano raramente a parlare delle dinamiche di ciò che faccio, ma in queste occasioni, con i colleghi che lavorano in Francia è inevitabile non finire su argomenti del genere anzi, direi pure senza paura di essere smentito, che non parliamo di altro. Poi, c'è anche da dire che a mio sfavore c'è anche la lunga esperienza che oramai mi porto dietro e che, con giovani colleghi diventa per loro anche motivo di curiosità e che ci ingolfa in chiacchierate di vario genere ma sempre su un unico argomento: la BD.
Questa volta c'era pure Pino, anche lui oramai decano quanto me, per cui curiosità, gossip e pareri si sono sprecati ma di certo non ci siamo annoiati, anche perché il tutto è sempre condito da sfottò, risate, in fondo i nostri dibattiti non sono paludati e non voliamo mai a quote altissime, oddìo, intendiamoci, fino a quando Alessio dall'altezza della sua esperienza documentaristica, non ci intrattiene con dei pezzi di rara conoscenza, distribuendo così, a piene mani folgoranti lampi di cultura che, devo ammetterlo, ogni volta ci destabilizzano.
Questa volta infine, ci ha anche intrattenuto con un inaspettato e sorprendente assolo di chitarra (leggermente fuori tono), mimando con le due mani un riff come se tra di loro avesse una Fender d'annata, che neanche Jimi Hendrix in pieno tripp avrebbe saputo fare. Mitico!




Invece dei tre tenori: i tre coglioni "in concert", io che sembro grattarmi gli zebedei, Alessio che ci crede davvero e mangia il microfono come fosse Steven Tyler, però, anche Pino...

Due note storiche.
Ora, lo so che definirle storiche pare eccessivo, ma nel microscopico ambiente del fumetto e in particolare in quello ancora più piccolo e cioè in quello che riguarda lo sviluppo e le vicissitudini di quello specificatamente bonelliano, Pino ed io, nel bene e nel male, facciamo parte di quella ristretta cerchia di dieci disegnatori storici che facevano parte del team iniziale di Nathan Never, il primo character di fantascienza di casa Bonelli, appunto.
Inevitabile perciò non parlare di quel periodo e sopratutto di ciò che successivamente accadde a lui, solo dopo l'uscita del numero da lui realizzato e che, poco dopo, coincise anche con la sua fuoriuscita definitiva dalla casa editrice e, all'epoca, di questo si parlò ampiamente, non nei TG ovviamente, ma nell'ambiente.
Non entrerò nei dettagli, ma non era difficile immaginare che la cosa non riemergesse, e quando c'è Pino emerge sempre, in un modo o nell'altro. Ha raccontato la sua versione dei fatti ed io ho detto quello che, da altre parti avevo sentito a mia volta,  con la tranquillità e la serenità che il tempo riesce a distribuire su cose avvenute in passato e che oggi sono soltanto ricordi, seppur amari, ma sempre ricordi.

Per la giornata di domenica era previsto, per chi ancora non l'aveva fatto e ovviamente per chi era interessato, un giro a Namur al museo di Félicien Rops, un artista locale di notorietà acclamata.
Io, noto per la mia ignoranza, non l'avevo mai sentito nominare.
Tra gli italiani avevamo accettato soltanto io e Pino, per cui la mattina, ad un orario diverso dagli altri, siamo stati prelevati con altri colleghi.
Il weekend finalmente, aveva decisamente virato verso la ben nota caratteristica climatica del paese, e cioè la pioggia, ed ora che tutto era rientrato nella norma, siamo partiti più tranquilli. Immaginarci il Belgio con il sole è come immaginare Khartoum sotto un'acquazzone, lede pesantemente il nostro immaginario geografico e, sono convinto, non fa bene neanche alla salute.

Félicien Rops è un artista simbolista-decadente che con i suoi disegni e le sue caricature su giornali antigovernativi a metà dell'Ottocento era una spina nel fianco del governo semi- dittatoriale di Napoleone III giornale che, con irriverenza oggi quasi sconosciuta, dileggiava con vignette critiche le malefatte o sottolineava le criticità del periodo. Contemporaneo di tutti i più grandi artisti dell'epoca, e ricordo che, in quel periodo storico (e non solo) Parigi era la capitale culturale mondiale, ha vissuto perciò intensamente e confrontandosi con i più grandi poeti, pensatori ed intellettuali.









Félicien Rops.

La guida, una piacente ed entusiasta signora ageè, dal distinto aspetto e motivata da un interesse ed un amore verso il lavoro per la testimonianza dell'artista namurense, ha contagiato con le sue conoscenze e, ripeto, con un'entusiasmo che quasi faceva immaginare una lontana parentela con Rops, ha coinvolto e reso attenti me e tutti gli autori presenti, anche i più riluttanti.
Soffermandosi sui quadri e le illustrazioni più significative, le ha descritte enunciando tutti i riferimenti simbolisti e contestualizzandole a livello storico dando così un quadro ben più esaustivo di ciò che si potesse immaginare, tra l'altro il suo francese era chiaro e foneticamente ineccepibile e non è stato difficile seguirla anche nei ragionamenti più impervi.
Ne è emerso sì, un personaggio interessante, ma anche piuttosto ossessionato dalle donne, dal loro potere evocativo e dominante, centro onnipresente delle sue riflessioni ed ossessioni, certo contaminato dalla cultura dell'epoca e dalla relativa condizione femminile, ma facendo immaginare anche un mondo dove le distrazioni evidentemente erano relative, per cui il sollazzo femminile era talmente cruciale e pregnante nella vita dell'uomo da diventarne al tempo stesso gioia e tormento.








 A confronto lo stile di Rops, sopra, e quello di Levine, sotto... circa centocinquant'anni dopo.

 Piccola annotazione personale, da professionista che non può fare a meno di constatare, ogni volta che si scopre un nuovo artista, di quanto non si sia mai inventato niente. Fin dalle prime caricature esposte infatti, la somiglianza del segno di Drop con quello di David Levine (un famoso caricaturista americano che lavorava per il New York Times, molto conosciuto negli anni settanta/ottanta), non solo è apparso evidente, ma sicuramente lo è stato in modo ispirante.
Come affermo da tempo, c'è sempre stato qualcuno più bravo di noi nel passato, è bene farsene una ragione e mettersi l'animo in pace.
Il problema è che siamo talmente concentrati a vedere il presente e, per chi fa qualche sforzo ulteriore, immaginare il futuro, che chi ha l'intelligenza di guardarsi indietro, può trovare patrimoni ancora poco conosciuti che potrebbero influenzarlo e regalargli spunti di qualità inaspettata.




Una delle tante dediche, Guzman che si volta all'indietro... che ci sia qualcuno che sta seguendo?


Siamo arrivati alla sede del Festival in tempo per fare un paio di dediche ed andare a mangiare.
Poi riprendiamo a fare dediche fino all'ora di chiusura, incontriamo Fabio, un pacioso e ciarliero siciliano che vive a Bruxelles amante di fumetti con cui intavoliamo una chiacchierata su, indovinate un po'? Il fumetto (lo so, potevo aiutarvi, non era facile).
Nel frattempo Alessio e Simona ci salutano, hanno l'aereo un paio d'ore prima del mio è già la compattezza dei dedicanti si sfalda.
Poi arriva il mio turno, i "romani", Alessia e Pino partiranno domani, mi salutano ed io con David, il simpatico direttore della scuola e già eletto mio chaffeur personale (mi aveva accompagnato anche all'andata), parto alla volta dell'aeroporto di Charleroi.

Sia all'aeroporto di Bruxelles (mi hanno detto) che quello di Charleroi, è impedito l'arrivo di fronte all'aeroporto sia per auto che per i taxi, dopo gli attentati dell'IS e il grado di allerta vigente nel paese, dopo le pesanti critiche ricevute sui protocolli difensivi dei belgi, si deve scendere a distanza (nei parcheggi antistanti) e raggiungere il terminal a piedi. Non è un gran sacrificio, anche se piove come da statuto nazionale.

Adesso smanetto con impudicizia sul mio fido Ipad, compagno di tante descrizioni e testimone involontario di molte mie esperienze in un posto su un volo Low-cost accanto al finestrino. Fuori le nuvole sono basse, sotto piove, ma io mi godo un tramonto lontano, dove il poco rosso sta annegando in quel chiarore tra l'azzurro ed il giallo che macchia di un verde leggero questo finale di 22 Maggio.
I festival, almeno per questa prima metà di anno, dovrebbero essere finiti... le fatiche, ancora no.

4 giugno 2016

Da Pechino alla Grande Muraglia -terza ed ultima parte-

MARTEDÌ 3

Ci svegliamo con il sole.
Sembra ridicolo dirlo così ma per la prima volta il sole si presentava nella sua forma più smagliante: la sua, rilucente, brillante ed in contrasto con un cielo stranamente azzurro, la pioggia di ieri ed il vento di stamani infatti devono avere fatto precipitare le polveri sottili che ammorbavano l'aria, pulito l'atmosfera sulla città e resa finalmente radiosa. Si può sicuramente dire che è la più bella giornata che abbiamo mai avuto.
Stamani siamo diretti al Villaggio Olimpico, costruzione cominciata nel 2003 per le Olimpiadi tenutesi in questa città nel 2008, inutile dire che i cinesi non si sono fatti trovare impreparati e all'apertura le date di consegna erano state tutte rispettate e gli impianti completamente funzionanti. Era quella un'occasione di dimostrare al mondo i progressi, l'efficienza e la modernità conquistati negli ultimi decenni, è tutto ha funzionato come un orologio, e per la Cina è stata una occasione vinta.







La Torre Olimpica con le sue vedute.


Una simpatica foto dei guaglioni rimasti, partendo da me a destra: Wang Ning, Emmanuel Lepage, Michel Jans, Hannu Lukkarinen, Bettina Egger, Jens Harder e Ruben Pellejero... già, è vero Jok dov'era finito? Manca lui.

Anche noi, nel nostro piccolo, crediamo o forse  ci illudiamo di pensare che la nostra presenza sia un modo di dimostrare la loro apertura culturale verso un mondo, quello del fumetto, che per loro forse è ancora piuttosto sconosciuto, almeno nelle forme moderne in cui è stato interpretato è realizzato negli ultimi anni.
Il quartiere del villaggio è leggermente defilato, per non dire periferia, anche perché non ho bene l'idea di che cosa si intenda periferia in una città enorme come questa e all'arrivo già si stagliano in lontananza, le strutture imponenti dello Stadio Olimpico, della Piscina e della Torre dei Giochi, costruita dopo la fine della manifestazione e che è alta ben 245 metri ed è composta di cinque piattaforme posizionate a varie altezze, che stanno a simboleggiare un albero e contemporaneamente i cinque anelli olimpici. 
Scendiamo ed andiamo a visitare per prima la torre, dalla terrazza posta sull'ultimo cerchio si vede sotto di noi, tutta la città, e qui abbiamo davvero la certezza della modernità della città esposta sotto la forma delle centinaia di enormi palazzi di oltre venti piani che sono distribuiti su tutta la superficie della città, una città solcata da vere e proprie autostrade (ho contato perfino dodici corsie, sei per ogni carreggiata) che la attraversano da est ad ovest da nord a sud. 
L'aria è tersa e apparentemente pulita, siamo protetti da schermi di plexiglas che ci riparano dal vento, il panorama toglie il respiro e ci mettiamo a godere di quella vista, scattando foto, Emmanuel anche per iniziare un disegno, per scambiare quattro impressioni tra di noi, inoltre da lì vediamo l'enorme viale che corre da nord a sud ed attraversa longitudinalmente tutto il villaggio olimpico fino a ricollegarlo alla città ad almeno otto chilometri dopo, un viale che sarà almeno largo oltre cento metri, l'ho già detto, qui le dimensioni normali vanno moltiplicate per dieci. Sotto di noi il verde, i giardini e le strutture olimpiche, la piscina, che sembra anonima avvolta da questa specie di prismi di materiale plastico bianco riflettente, ma dalla semplicità formale, diventa invece centro dell'attenzione la sera, all'imbrunire, quando il bianco del rivestimento esalta  le luci che dal dentro vengono riflesse sull'intera superficie con luci dal  blu al violetto trasformandola in una struttura fantascientifica ed affascinante.
Scendiamo e ci portano all'ingresso, poco distante del villaggio, si entra, come anche nella torre, passando in metal detector come all'aeroporto, sotto l'attenzione degli addetti, qui veniamo sguinzagliati come dei cagnolini, ognuno ha un'oretta di tempo per realizzare un disegno o più di uno sketch, dati e coordinate per il ritrovo, e partiamo.
In queste occasioni davvero,ognuno parte munito del proprio interprete, come fossimo ad una caccia al tesoro, tutti presi a cercarsi un angolo rappresentabile.
Io sulla piantina avevo visto che vicino allo Stadio Olimpico scorreva un fiumiciattolo e, immaginando il fascino del riflesso che avrebbe potuto garantirmi, sono andato in quella direzione. Deluso dalla portata e dall'effetto del torrente, ho deciso di sedermi comunque lì vicino, scovare un angolo interessante ed incominciare, a dire la verità, come mio solito faccio cose complicate e, anche 'stavolta, giusto per non smentirmi, ho preso una parte dello stadio che, con tutte quelle fasce irregolari che lo avvolgono, è una delle cose più difficili e complicate da disegnare.
Comunque vado.
Al momento di rientrare Christine mi avvisa che il rendez-vous è dietro la piscina sulla strada, meno male che c'è lei, ci mettiamo a camminare ma le distanze qui sono davvero importanti e tutto sembra vicino ma mi accorgo di essere un bel po' in ritardo. Arrivato nei pressi del pullman però mi accorgo che una guida corre verso di noi, Michel si è perso e non riusciamo a trovarlo. È rimasto fuori dalla piscina ad attenderci perché aveva capito male il posto dell'incontro ed aveva difficoltà a comunicare con noi ecco, quello è un problema, non so per quale ragione ma se dobbiamo comunicare con i cellulari ci sono dei problemi anche se, come mi aveva anticipato, io la sua chiamata l'avevo ricevuta, semmai non l'avevo sentita.
Andiamo a mangiare, oramai siamo abituati a cosa ci troveremo di fronte ma, indipendentemente dalla fama del ristorante, dalla sua dislocazione o dalla sua grandezza, il cibo è buono e noi lo apprezziamo ogni giorno di più certo, è tutto un intreccio di mani che gestiscono in modo inesperto delle bacchette che prendono quando vogliono sembrando animate di vita propria, però i pranzi sappiamo gustarceli.
Il pomeriggio siamo diretti alla Città Proibita, arriviamo e veniamo fatti entrare e scaricati qui, abbiamo due ore da gestirci autonomamente: dobbiamo cioè produrre altri sketch. 







La Città Proibita.

In quattro e quattr'otto ci perdiamo di vista in un secondo, nonostante i passaggi obbligati  e la serialità degli edifici, belli, monumentali ma, almeno ai nostri occhi, tutti uguali, per colori, forme e particolari.
Mi fermo vicino ad una porta, perpendicolare si allineano una serie di poltroncine per lasciare seduti gli stanchi, mi siedo anch'io e comincio.
So già che sarà complicato, ha il 75% in ombra ed è pieno di dettagli ma non so perché, una parte di me si ferma e, nonostante l'altra metà gli dica il contrario, comincia a disegnare.
Alla fine non sono soddisfatto, mi sembra di avere impiastricciato tutto e mandato alla malora tutto il tempo è il disegno che, nonostante tutto aveva richiesto impegno e minuti, incazzato ripongo il tutto (in realtà la sera lo riprendo un pochino e lo consegnò insieme agli altri elaborati) e mi rimetto alla ricerca di un nuovo posto.
Lo trovo, una piccola pagoda posta in una posizione dove gli alberi che la circondano quasi l'affogano, mi piace, mi fermo e comincio.
È solo che questo è un punto di passaggio e fra curiosi e selfie è tutto un girarmi intorno di gente che guarda, commenta (peccato non capirli, l'unico è stato un americano che si è complimentato e mi ha fatto gli auguri) e spesso si posiziona tra me ed il soggetto, ma non so come mai, se la vicinanza del confucianesimo, mi sento ecumenico e pieno di pazienza, in pace con il mondo.




Uno sketch della Città Proibita.



Al lavoro. Qui non si vedono, ma intorno era tutto un turbinare di persone e curiosi che allungavano gli occhi, si facevano selfie e, insomma, anche se inconsapevolmente... rompevano un po'.


Mi lascio buttare fuori dai guardiani all'ora di chiusura, guardiani che, con una apparente disattenzione sbirciavano curiosi cosa stavo facendo.
Prima di cena torniamo al Mercato delle Perle, quello della terrazza dei primi giorni, dove tutto sommato avevamo bevuto un espresso che non faceva neanche schifo. Dobbiamo acquistare delle valige per i nuovi partenti, eh già, anche stasera perdiamo altri pezzi, ci lasciano Jens Harder, Rubén Pellejero e Emmanuel Lepage e, come tutti, hanno i regali e le cose acquistate da mettere nella valigia ed hanno bisogno di ulteriore spazio. Ne avrò bisogno anch'io ma, non so perché, così ad occhio credo o forse mi illudo di avere lo spazio necessario per inserirci le cose che devo portare, a costo di piegarle in sedici.
Al mercato Josephine, dimostra una capacità di contrattazione degna di un marocchino del suk, dovendo acquistare quattro valige, ma avendone una più cara, riesce a farsi spuntare un prezzo inferiore di oltre un terzo di quello dell'etichetta, delle due l'una: o è stata davvero brava, e allora le sue origini italiane si sono fatte sentire davvero, oppure le cifre non solo sono indicative, ma sono decisamente per gli allocchi che abboccano alla prima.... ci guardiamo tra noi, e non so perché ma a tutti ci viene in mente subito agli americani.
Di nuovo tutto intorno ad un tavolino, è l'ora di cena... non siamo noi che siamo fissati è che il moderno galateo prescrive due pasti al giorno, quello che semmai non prescrive è che siano fatti a quattro ore dall'altro, ma questo ahinoi! lo prescrivono i cinesi, per cui alle 18,00 circa, suona il rancio, e tutti ci rimettiamo a tavola al ristorante. Qui ci raggiunge Wang Ning, con il suo socio e boss e sua moglie che, carinamente distribuisce a tutti dei pensierini molto gentili, e poi si mettono a cenare con noi. Alla fine della cena, dopo avere salutato gli interpreti che da stasera ci lasciano, salutiamo anche i partenti, abbracci e baci a tutti e la speranza di rivederci prima possibile magari in un'altrettanta vacanza come questa.
Sull'autobus al rientro, parlando con Michel animatamente di alcune cose da fare e di progettualità concernente i nostri lavori, al momento della discesa si dimentica la fotocamera Nikon sul torpedone, anche se non l'ho più visto, dopo essere sceso nella lobby, non avendolo trovato, mi sono persuaso che sia andato tutto bene e che il conducente, magari incazzato per il fuori orario, abbia fatto marcia indietro e glie l'abbia riportata.
Domani saremo solo sei, un paio di interpreti e sicuramente non più il seguito dei fotografi, la parentesi VIP è terminata, da domani si torna alla normalità.
Sarà dura, dopo sì tanta gloria, ritornare comune mortale non sarà facile, per fortuna siamo ancora a Pechino. 
È già qualcosa.

MERCOLEDÌ 4

È il primo giorno fuori dal programma ufficiale, siamo ancora accompagnati ma non abbiamo già più al nostro seguito gli interpreti uno per ciascuno (ma due per cinque), non siamo abbandonati a noi stessi, non siamo più nelle grinfie di Sylvain, ma sopratutto non abbiamo più il codazzo asfissiante di fotografi che ci tampinavano ogni passo che facevamo.
Siamo rimasti Michel e Josephine, Hannu, Bettina Diego ed io, oggi abbiamo stabilito di ritornare al quartiere Liu Li Chang Da Jie della libreria e dell'antiquariato per fermarcisi un po' di più.





Nel quartiere di Liu Li Chang Da Jie.


In realtà però, c'è ben poco da fare, si gironzola si scatta delle foto e Diego ed io ci addentriamo maggiormente oltre la fine del quartiere, là dove si intravede una Cina più normale e quotidiana, stradine strette ed affollate, generatori di corrente sospesi per aria con migliaia di fili che si accavallano e si intrecciano sopra le nostre teste, un traffico congestionato di scooter, carretti e gente che va e viene. Ci piace, è la Cina che preferisco rappresentare, e scatto alcune foto.

Al ritorno al punto di incontro decidiamo di andare il un paesino caratteristico un po' fuori Pechino, si chiama Cuan Di Xia, pare ne sia rimasto colpito l'ultima volta Boudoin, un artista francese facente parte del gruppo della precedente missione. 
Traffico permettendo, ci sarà da fare almeno un'oretta e mezzo di macchina, ci accorgiamo di quanto sia grande questa città nel tempo che ci vuol ad attraversarla, girando da un'autostrada all'altra senza mai perdere un grattacielo o un quartiere abitato della metropoli, il traffico ci accompagna intenso ma non critico, il pulmino che ci trasporta però è comodo e un po' tutti, chi più chi meno, ci addormentiamo frollati dal ronzio del motore.
Il sole non si vede, ma non si può neanche definire una brutta giornata, c'è un cielo bianco ed un sole che a sprazzi fa capolino, arriviamo che è l'ora di pranzo, giusto il tempo di vedere queste case arroccate su un pendio, dal colore identico e senza intonaco, in quella che qui definiscono montagna ma che per noi, ha l'aria di un paesino di mezza costa, con delle alture intorno sì, ma che io faccio fatica a definire montagna.
È ora di pranzo e Wang Ning ci indirizza verso quello che sembra tutto meno che un ristorante, in uno spazio tra due catapecchie ci sono due tavoli da pranzo, che ormai riconosciamo per l'enorme carrello circolare che fa ruotare le pietanze, da cui tolgono un cellophane e ne mettono un altro, buttano i residui dei pasti precedenti dentro un cassonetto di plastica dell'immondizia, tutto intorno c'è il disordine di una stanza di servizio con qualsiasi cosa a vista, da biciclette, contenitori, cassette, recipienti per altro, insomma diciamo, che il tutto ha un vago sentore d'igiene... ma proprio vago.





Al "ristorante" a Cuan Di Xia. Vi garantisco che il materiale da riciclo che ci circondava, nelle foto non si nota a sufficienza ma, dai nostri volti assuefatti, si può notare la nonchalance con la quale stoici, ci mettiamo al desco alimentare.


Io, e gli altri meno di me, non hanno però di questi problemi e ci sediamo, mangiando tipo "al sacco" cioè seduti al tavolino, ma con piattini di carta, coppette di carta, bicchieri e bacchette di plastica.
La cosa che sistematicamente scarseggia e che per decine di minuti sembra sempre latitare al punto dal domandarsi il perché, o se sia un'esistenza solo degli occidentali, è quasi sempre l'assenza dei tovaglioli. Quando ci sono hanno forma quadrata dieci cm per dieci, cioè ti ci asciughi una volta la bocca e li getti. Neanche si facesse poco casino con tutto quello sgocciolare tra una tentata presa con le bacchette, una caduta del cibo e un piatto del vassoio rotante che fa cadere un bicchiere.
Ma niente, non ci sono mai.
Poi, come per magia, appaiono e tutti ci si tuffano come fosse acqua per gli assetati, ti netti 3/4 della bocca, per il restante quarto devi prenderne un altro, senza sapere il restante dove devi metterlo, se non creare un tuo personale mucchietto antistante al piatto, ma non troppo vicino al vassoio rotante, alla coppetta né al bicchiere. Insomma, è impegnativo, se ci aggiungi anche che, almeno per me (ma se mi guardo intorno mi sembra un problema condiviso), ogni volta che le appoggi devi ricalibrare l'impugnatura delle bacchette come fosse quella di una racchetta da tennis, perché è ovvio che non hanno più la "presa" di quando le hai lasciate, e devi concentrarti di nuovo per sapere bene dove mettere l'indice in corrispondenza del medio perché questi facciano leva su quei dannati legnetti.
Poi il pranzo finisce, dopo esserti accanito su un pezzetto microscopico che ti è caduto e che tu ti sei intestardito a volerlo prendere con le bacchette perdendoci cinque minuti per mangiare il niente, anche se sei soddisfatto, hai perso tempo, non sei ingrassato e credi di essere diventato un esperto dei legnetti, fino alla prossima volta quando, dopo averli appoggiati di nuovo, ti accorgi che devi ricalibrare la presa e partire nuovamente da zero.
E poi dicono che mettersi al tavola è piacevole e rilassante.
Il giro del paesino avviene subito dopo il pranzo, lo circumnavighiamo e fotografiamo anche i gradini di qualsiasi casa, i portoni, gli slarghi, le stradine i comignoli che sono uguali, ci scommetterei, in tutta la Cina. 
Ma noi fotografiamo tutto, non lasciamo nulla di registrato, le macchine fotografiche implorano pietà ma noi niente, imperterriti fino a che almeno la mia alla fine dà forfait, si spegne per non svegliarsi più, gli si è scaricata la batteria.
Ma ho sempre l'Ipad.





Souvenir da Cuan Di Xia. Come potete notare, il gruppo si sta assottigliando e via, via che passano i giorni, la comitiva si riduce sempre più.

L'impressione è che, ma lo sospettavamo, il resto della Cina, come molti paesi in via di sviluppo ancora non sia allo stesso livello di Pechino, Shangai e probabilmente le città più grandi, ma si deve anche tenere conto che i cinesi sono oltre un miliardo e mezzo, ed è normale che il tempo per arrivare anche nei capillari più piccoli del sistema, sia necessario.
Il paesino è caratteristico e un certo modo sdrucito, povero e rattoppato di presentarsi, per il cinismo del turista fa sempre molto folklore e piace, noi rientriamo soddisfatti illusi di avere visto la vera Cina, non sarà forse così, ma di sicuro ci siamo andati abbastanza vicini.
Il rientro è un po' più problematico, il traffico di rientro è maggiore e maggiore è anche il tempo per noi, ma il pulmino è avvolto dal silenzio di chi non medita ma proprio dorme. Io tra tutti ma, girando intorno a me vedo teste reclinate e bocche aperte, il segno evidente che il patto digestivo fatto tra l'apparato digerente è quello fotografante ha avuto effetto ed adesso chiede dazio.
Dopo vari rigiri per strade ed autostrade, entriamo in un recinto di palazzi residenziali di oltre trenta piani, dove abita un certo Pang Bang Ben, un artista molto conosciuto in Cina e che è stato ospite anni fa, a Grenoble a Bellegarde ed in Francia invitato da Michel e Thierry, ci aspetta con un paio di editori per quello che, a nostra insaputa, sarà una cena in nostro onore. Parliamo di un po' di tutto, di tecnica, ci chiedono le nostre impressioni, Wang fa un po' lo scemo, ma questo praticamente la fa sempre, e c'è da dire che è una nota simpatica e di colore che a noi fa sempre piacere. Poi ci alziamo per mangiare ciò che ci avevano preparato, salatini, ananas, patatine, una sorta di cammanbert, della pizza, insomma una cenetta con le nostre specialità.





La cena dall'illustre artista cinese Pang Bang Ben (il secondo a sedere da sx), e uno stuolo di editori protagonisti della cena, di cui però, non ricordo i nomi.


Pang ci ha illustrato alcuni suoi dipinti davvero molto belli, è una artista davvero di primissimo ordine oltre che capo dei fumettisti di questo paese, anche se di fumetto vero e proprio si è visto poco, o almeno lo si è visto in varie declinazioni più vicine al l'illustrazione che proprie dell'arte della narrativa disegnata. Ma con lui è un piacere parlare, si vede che ama il suo lavoro e si presta a rispondere a domande che gli facciamo sul suo lavoro.
La cena finisce verso le nove che, vi garantisco, qui è piuttosto tardi.
Salutiamo cordialmente come cordialmente siamo contraccambiati, prendiamo un taxi e ce ne torniamo all'hotel. Il tassista guida veloce, neanche sapesse che per noi la giornata è stata lunga, faticosa e forse lo è stata anche per lui. Il quattro e quattr'otto  siamo davanti al Rainbow Hotel, che ci guarda con quella facciata da film di fantascienza d'annata, ci salutiamo e prima di accomiatarci anche con gli altri, ci accordiamo sul giorno dopo, salutiamo Bettina che anche lei domani ci lascia, facendoci rimanere soltanto in quattro... giusto per dire che siamo rimasti quattro gatti.

GIOVEDÌ 5

È l'ultimo giorno a Pechino, oramai decidiamo dove andare alla mattina al momento dell'incontro, sotto i suggerimenti di Zhang e le due interpreti rimaste, torniamo al quartiere delle librerie, ci siamo già stati ma pare sia molto più esteso di quello che immaginiamo.
Certo, si respira aria di disarmo, manca la concentrazione, l'entusiasmo, quella goliardia e quello spritz che avevamo all'inizio dell'impresa, è normale, all'avvicinarsi della data di rientro è il pensiero del rientro stesso che la fa da padrone, impone l'ordine del giorno delle cose che dovrai fare, gli impegni che avevi, le cose procrastinate al dopo... e ora il dopo è arrivato e sta bussando.
Con aria stanca, come un corteo obbligato a marciare, ma quasi facendolo controvoglia, ci incamminiamo nel quartiere già conosciuto, ma sul lato opposto, è una zona carina, pieno di negozi di pennelli e di carta di bambù, la carta con la quale gli artisti cinesi realizzano le loro opere, una carta molto assorbente adatta particolarmente all'acquerello che loro sanno usare magistralmente usando anche pennelloni enormi che gli permettono di fare grandi campiture anche con un unico gesto del pennello.



Costruttori di pennelli in un negozio del quartiere di Liu Li Chang Da Jie.



Parliamo tra noi, io e Diego (in arte Jok, è così che è maggiormente conosciuto), e con Hannu, mentre Michel è intento a tenere a bada Josephine, che sembra non ancora decisa a smettere di comprare. Io ho smesso da tempo, ho una tale paura di non avere spazio necessario nella valigia che già ieri sera ho fatto un breve check inserendo già le cose in valigia, ad occhio sembra che ci stia tutto, estremamente stipato ma spero di riuscirci, poi c'è anche il problema del peso, certo è che non posso permettermi di comprare neanche uno spillo, anche se invece un paio di pennarelli i a pennello riesco comunque a comprarli.
Poi ci avviamo a quello che sarà la zona dove mangeremo e conosceremo Karwai, un colonnello in pensione dalle doti artistiche che già conosce Michel e pranzeremo nel ristorante del figlio di colui che ha realizzato l'enorme ritratto ad olio di Mao Tze Dong posto sulla Porta d'Oriente, ristorante posto di fronte ad un vecchio bordello e si chiama Flavour of Mr.Jia. Qui mangiamo piatti della cucina mongola, che si contraddistingue da questa specie di fornello posto al centro della tavola dove dobbiamo far cuocere pezzi di carne che ovviamente ci viene portata cruda, con la tecnica tipo quella della "fonduta". 



Ancora i nostri: il Casini alla sua sinistra Jok (Coglitore), un'interprete (mi perdonerà il nome), Josephine, un'altra interprete (come sopra), Karzai (il colonnello, ottimo pittore), Michel, una seminascosta Zhang ed Hannu, col sorriso sornione di chi non aspetta altro che girarsi per ripescare quel pezzo di maiale in ebollizione da qualche minuto.




Al ristorante "Flavour of Mr.Jia", dove gli artisti rimasti si sono cimentati nella realizzazione dei loro personaggi sui muri del locale, già ampiamente sfruttati.


E qui si rinnova il bailamme che ad ogni pranzo non riusciamo ad evitare, oltre ai problemi di "presa" (oggi sono particolarmente scarso, invece di imparare peggioro), ci sono anche quelli del traffico del mettere prima, e togliere dopo, e del viavai di mani che si protendono in tutto questo andare e venire. Nel frattempo si assiste a pezzi di carne che fluttuano, si spostano, per cui spesso, anche se tieni d'occhio il tuo pezzo e cerchi di non perderlo di vista, non sei sicuro di avere preso il tuo ma quello del vicino, che speri non s'incazzi o meglio, che non si accorga, poi ci inseriscono i noodles, i bellissimi spaghetti semitrasparenti che hanno la particolarità di essere "vivi", sono dotati infatti di vita propria, sgusciano, si divincolano, fanno di tutto per rimanere nel bollitore pur di non farsi prendere. Inevitabile lo sgocciolìo che segna il percorso avanti ed indietro dal fornello, che ti entrano nel bicchiere con la birra, che macchiano il tavolo e che sicuramente ti creano quel bellissimo effetto maculato sui pantaloni. Ma alla fine sei sazio, non sai bene se del cibo o della fatica per mangiarlo, ma sei sazio, alzi bandiera bianca è l'unica cosa che sai fare è quella di bere e guardare gli altri, per vedere quanto ancora possono resistere in questa guerra all'ultimo sangue. Una delle caratteristiche del locale è che ha i muri oltre che tappezzati dalle bellissime foto del proprietario (tra l'altro un fotografo di fama internazionale che era assente proprio perché doveva presenziare ad una sua esposizione in Svizzera), è stato decorata via, via nel tempo da tutti gli illustratori che sono passati di lì, si nota anche un disegno di Boucq ed uno di Boudoin e, detto questo, chiedono anche a noi quattro di apporre le nostre "firme", come segno del nostro passaggio e ci forniscono di pennello e inchiostro.
E tutti noi realizziamo i nostri schizzi. 
Per cui se passate a Pechino al ristorante...... guardate in alto, alla fine della scala, un Nero Maccanti con sigaretta in bocca, potrebbe salutarvi.
Usciamo e ricominciamo il nostro pellegrinare per il quartiere commerciale Wang Fu Jing street, fino a ritrovarci nella stesa via dove io ed Hannu, il giorno che eravamo divisi a coppie, venimmo a fare i nostri primi schizzi. È più nuovo, probabilmente anche più ricco del precedente, ma vuoi perché i piani superiori delle costruzioni sulla via principale sono vuote, vuoi forse perché sono più cari, la vita, quel pullulare di gente affaccendata a cercare qualcosa da acquistare, pare essercela lasciata alle spalle.
Io e Diego chiacchieriamo ormai rilassati, io anche solleva da fare le foto, il posto tanto lo conosco. Qui Wang che fino ad allora non ci ha lasciato un secondo, molto gentilmente, come sempre, ci offre un gelato da "Bambino" una gelateria appunto che recita sotto il nome "italiano" tra le altre scritte in ideogrammi. Il gelato effettivamente è buono e Wang mi spiega, senza capire bene che le materie prime sono italiane, quando invece io, pensa un po', credo che siano i macchinari per farlo.
Dopo un po' di tempo ci ritroviamo con gli altri, andiamo agli uffici di Beijing Magazine, la rivista che ha stampato in copertina i nostri dieci nomi e che ha fatto una grande pubblicità al nostro evento, di cui anche Zhang è una dipendente, ci fanno visitare gli uffici, alle scrivanie riconosciamo redattori che avevamo precedente visto e che molto gentilmente ci salutano con sorrisi e cenni vari, oltre a riconoscere almeno un paio dei fotografi del nostro seguito.
Andiamo in una sala riunioni dove parliamo del più e del meno, del mercato, delle opportunità ci mostrano le loro produzioni.
È il momento del commiato, salutiamo tutti i componenti del gruppo che non rivedremo più, se non gli accompagnatori che domani ci porteranno all'aeroporto ad orari solitari, il pullman ci accompagna davanti all'albergo ed il rendez-vous è dopo un'ora e mezzo, pronti per la cena.
È la nostra ultima cena che facciamo insieme, nonostante i sorrisi e la verve di Wang che non rinuncia ad una battuta neanche sotto tortura, ognuno ha già la testa a domani, al peso della valigia, se ci entrerà tutto, se al check-in tutto filerà liscio. Viene ordinato, nonostante gli annunci alla leggerezza della cena che tutti auspicavamo, un sacco di portate, che verranno cotte su un barbecue montato al centro del tavolino, un braciere con dentro dei carboni ardenti e sopra viene posata una lastra, credo in ghisa, che dopo poco si surriscalda e cuoce tutto ciò che gli viene posto sopra.




Il braciere di ghisa sul quale veniva cotto tutto il commestibile portato. La cena però è stata gustosa, accaldata, ma saporita.


L'ultima cena del giovedì, qui nessuno ha osato dire: "domani uno di voi mi tradirà", ma la mestizia dell'imminente partenza si faceva sentire tutta.
 
Si bolle dal caldo come un aragosta viva nella pentola, ma almeno sappiamo che non saremo noi ad essere mangiati, e si comincia a mangiare, appunto, stando attenti a cuocere, girare e rigirare la pietanza, e nel dolce tramestìo di tutto questo, mi guardo intorno: il locale è modesto, ci dice Wang che appartiene a quei locali dove viene la gente normale, e lo si vede dalle facce ordinarie che circolano, giovani, coppie, comitive, il locale non induce alla pulizia più estrema ma il servizio è veloce, sono molti i camerieri che si affaccendano e si mangia bene. Ogni tavolo ha delle cofane di alimenti pronti ad essere cotti, polpo, agnello, manzo, pollo, verdure e quant'altro, la coppia vicino a noi ad esempio ha una quantità industriale di cibo sufficiente almeno al doppio delle persone, insomma, si mangia a piccoli bocconi, ma evidente la frequenza aumenta vertiginosamente.
Siamo vicini all'albergo, una piccola passeggiata in questa calda serata di una primavera cinese, poche chiacchiere e le ultime informazione per l'indomani mattina. Partenze splittate per tutti, partono dell'albergo per primi Josephine e Michel, alle 5,00, poi Hannu e Diego alle 6,30, ed infine il sottoscritto, l'ultimo ad arrivare e l'ultimo a partire di questa variegata compagnia internazionale, alle 9,00 partenza dall'albergo, ho il volo alle 13,40, ma le distanze ed il traffico necessitano di margini di sicurezza.
Salutiamo Wang, sua moglie che ci ha fatto compagnia anche stasera, poi tocca a noi, arrivati agli ascensori ci salutiamo, un breve abbraccio per rinsaldare un'amicizia appena cominciata, per riproporsi di tenersi in contatto, i brevi saluti per chi, come me e Michel ci rivedremo tra circa una ventina di giorni al prossimo festival.
Adesso tutti in camera a preparare, con vari patemi, le valigie.

VENERDÌ 6

Alle 5,54 ero già sveglio.
No, non è l'ansia della partenza, è che a quell'ora la luce filtra già abbondantemente dalla finestra, nonostante le tende tirate, c'è già una luminosità che invade la stanza con prepotenza. Probabilmente mi riaddormento ma alla fine decido di alzarmi presto, è caldo e continuo a rigirarmi nel letto, qui l'aria condizionata nessuno ha capito come funziona... anzi, forse proprio non funziona perché per quanto si smanettiamo con il regolatore, questo si riposiziona automaticamente sulla temperatura ambiente, che nei giorni è oscillata tra i 25 ed i 27 gradi.
La prova valigia della sera precedente è andata bene, almeno parzialmente, nel senso che la roba c'è entrata tutta, è il peso che ad occhio e croce è ben sopra i 23 kg. previsti, almeno sei o sette in più., pazienza, eventualmente la svuoterò e inserirò qualcosa nelle borse che contengono gli altri regali.
Finisco tutto con un buon quarto d'ora d'anticipo, ripeto, non è l'ansia né le paturnie della partenza, è solo che non c'è altro da fare, sono pronto, tanto vale che scenda.
Ad aspettarmi c'è già uno dei ragazzi visti nei giorni precedenti, ha l'aria curiosa, l'avevo già notato, porta i capelli come li portano i ragazzi anche da noi, rasati tutto intorno e lunghi sopra la testa, anche le acconciature oramai risentono della globalizzazione, sono identiche ovunque. Sembra che abbia sempre lo sguardo assonnato, ma è gentile e premuroso, come tutti del resto, carichiamo tutto sul van della Buick e partiamo.
Il traffico è molto intenso e ci sono vari rallentamenti, ma in 45 minuti appena arriviamo all'aeroporto, vediamo già all'ingresso Wang e Zhang che ci aspettano, mi accompagnano fino al check-in, qui in effetti la valigia è sui 28 kg, devo ricalibrarla, la apro e distribuisco il tutto in un sacchetto che ho ed in una borsino di tela che mi dà Zhang, carina e premurosa come sempre, adesso è tutto ok e partiamo.
Ci fermiamo al cambio per convertire gli yuan in euro, quello che ho da acquistare all'aeroporto eventualmente lo pagherò con la carta di credito. 
Siamo arrivati al primo controllo, con i due amici ci salutiamo, io non so essere carino in queste occasioni, sono educato, mi sforzo di essere all'altezza ma so di non esserlo, li ringrazio come meglio posso fare con il mio claudicante inglese ma, vuoi per le banalità delle parole, vuoi per la mia incapacità di proporle, sono sicuro di essere stato meno efficace di come avrei voluto essere, è sempre così, ormai lo so.
Mi dispiace, ci abbracciamo e ci baciamo come vecchi amici, Wang lo rivedrò sicuramente in Francia, probabilmente ad Angouleme o in qualche altro Festival, Zhang non so, forse se capiterà un'altra occasione, un altro invito, magari, altrimenti ricorderò molto volentieri questa giovane cinese, minuta e riservata, che per email avevo scambiato per un uomo (forse per come suonava il nome, non so), che ci ha accompagnato, seguito ed accudito in questi undici giorni, con il suo enorme cappello da esploratrice in testa per ripararsi dal sole, sempre bardata come dovesse partire per chissà quale missione, e quel suo sorriso sommesso, gentile, sempre contenuto.
Ciao.

Il soggiorno è stato molto più che eccellente, le attenzioni di tutti, le comodità che ci hanno offerto e la disponibilità ad ogni nostra richiesta è stata esaudita e, sinceramente, anche molto di più delle attese.
La Cina è un paese molto bello, con una storia alla quale tiene e che accudisce con cura, non tradendo le tradizioni dalle quali proviene, non c'è solo il desiderio di modernità, ma anche quello di attenzione verso il passato, si ricostruisce ma lo si fa con lo sguardo indietro, verso le architettura, verso un certo stile. Ha raggiunto un livello di modernità pari ai paesi occidentali (almeno nell'urbanizzazione delle proprie metropoli) ed un conto è immaginarlo, altro è vederlo. Stupiscono i modi ed i costumi, oltre che i consumi, ragazzi con gli smartphone, una vitalità commerciale, pubblicitaria e industriale impressionante, ecco l'aggettivo forse più appropriato è proprio questo: "impressionante".
Impressionante perché è un mercato ciclopico, una potenza con energie smisurate, una potenzialità di sviluppo ancora superiore, un paese vastissimo e con oltre un miliardo e mezzo di persone, quasi un quarto del pianeta che adesso non sono solo contadini, ma manager, operai, programmatori, uomini calati nel futuro esattamente come, e forse più dei nostri. Una crescita industriale che la sta trasformando, se già non lo è nella più grande potenza economica, industriale e militare del pianeta, un gigante dormiente che, per il bene di tutti, è bene che rimanga tra le braccia di Morfeo, svegliarlo sarebbe davvero pericoloso per tutti. 
Certo è, che i consumi di alimenti, energia, materie prime e risorse dell'era moderna per tutti, sono costi che il pianeta non so quanto possa riuscire e, venire in un paese come la Cina, da l'esatto dimensione di tutto questo.



Le poche cose riportate, vuoi per evitare di acquistare un'altra valigia per contenerle, ma sopratutto perché memore di altri viaggi, dove ogni cosa che porti sembra fantastica ed evocativa quando sei nel paese di provenienza, ed invece si rivela inutile paccottiglia quando la inserisci in altri ambienti.
O non so scegliere i souvernirs da portarmi a casa, o mi manca quella poesia che potrebbe fare di me un grande narratore... credo la seconda.

Un'ultima considerazione però devo farla, ed è di ordine politico, nel senso che è un pensiero che ho fatto è che non posso a meno di non condividere.
Ed è questo: la ricerca di libertà e quindi le lotte per affrancarsi da poteri dittatoriali che queste libertà le inibivano, per molti popoli ha coinciso non solo con la privazione delle libertà stessa, ma con la mancanza di quei beni di consumo come: abbigliamento, cibo, elettrodomestici, musica, auto insomma, tutte quelle cose anche banali, ma che nei paesi occidentali, dove dette libertà erano garantite, esistevano. È quindi anche queste mancanze che contribuivano ad una qualità della vita peggiore, credo siano state una molla propulsiva alla ricerca di indipendenza, non voglio dire le ragioni fondamentali ma, credetemi, per quelle persone che erano meno idealiste ma guardavano al quotidiano, la ricerca delle cose che migliorano la propria esistenza, non passava dalla verità scritta o non scritta sui giornali, ma spesso riguardava il loro frigorifero vuoto.
Credetemi, non voglio generalizzare e né sminuire i valori alti delle libertà di espressione, di stampa, democratiche e sociali, non sia mai, va detto però, che un regime politico come quello cinese ha in sé delle soluzioni banali ma che inibiscono, a parer mio, quella ricerca spasmodica ed ossessiva della libertà di certi regimi socialisti ad esempio, come quelli dei paesi dell'est, o la povertà generalizzata di un paese come Cuba. Certo, la Cina governa a modo suo ma non ha la corruzione di un paese democratico come quello italiano, ad esempio, e quando trovano qualcuno con le mani nella marmellata sanno bene come punirlo ed inibirlo dal potere che aveva (è vero, sicuramente lo fanno fuori? Oddìo tremenda sventura ma scusate, gli americani non hanno anche loro la pena di morte? Proviamo a mettere le due cose sullo stesso piano, una volta per tutte) ha trovato e sta gestendo un regime socialista che di socialista non ha più niente ma che, se da un lato concede una qualità della vita migliore come forse Mao non era riuscito a fare, cambiando pelle e mantenendo così il potere è riuscito a gestire un popolo difficile che, con i problemi di dimensione e di popolazione sicuramente imporrebbe comunque difficoltà a chiunque lo governasse.

La Cina da al suo popolo tutto quello di cui ha bisogno e quando toglie qualcosa, glielo concede surrogandolo: non ha Facebook, gli regala Wechat, social networks al quale sono tutti connessi e che ha impostato uno stile di vita come il nostro, emargina Google, ha il suo motore di ricerca, in moltissimi luoghi pubblici c'è il WI-FI gratuito, tutto è informatizzato, importa auto tedesche come non ho visto neanche in Italia, ci sono più Audi, BMW, Mercedes, Volkswagen che negli Stati Uniti, ho visto delle Tesla, la macchina completamente elettrica americana che costa intorno ai 250.000 $, ha milioni di scooter elettrici che non inquinano, noi ad esempio, con tutte le nostre battaglie ambientaliste, non ne abbiamo o almeno non sicuramente nelle stesse proporzioni.
Cosa voglio dire con questo? Niente, non voglio certo enfatizzare questo modello politico, ma certo non posso fare a meno di riconoscere come questo sia riuscito a trovare un equilibrio difficilmente incrinabile, credo che sia necessario focalizzare un certo punto di vista sul cambiamento di prospettiva su certe cose, sulle libertà ed i loro valori e sul cambiamento dei popoli nell'era dell'abbondanza, delle necessità che hanno e delle priorità che danno loro, e come queste priorità probabilmente nel tempo siano cambiate, come la ricerca di certe forme espressive diventino minoritarie sé altre diventano il fulcro delle proprie vite, se abbiamo più bisogno di ideali o di cose da possedere, su come probabilmente sia facile governare, un tempo imponendo l'ignoranza, oggi con l'oblìo del consumismo.

Non potevo che finire così, dopo avere anche sorriso o stimolato certe curiosità, alla fine un po' di pippone era evidentemente necessario.